Per quanto vi crediate assolti, in Cabo Delgado siamo tutti coinvolti

di Andrea Perrino

In una provincia settentrionale del Mozambico, Cabo Delgado, il 16 marzo 2021 alcuni bambini sono stati brutalmente decapitati davanti agli occhi dei propri genitori durante un attentato terroristico. La testimonianza bruciante raccolta da “Save the Children” di Elsa, una giovane madre di 28 anni: “Quando tutto è iniziato, ero a casa con i miei quattro figli. Abbiamo cercato di scappare nel bosco ma hanno preso mio figlio maggiore di 12 anni e lo hanno decapitato. Non potevamo fare nulla perché saremmo stati uccisi anche noi.”

Ragazzi camminano per le strade in Mozambico (credits: Flickr)

L’insurrezione islamista inizia a Cabo Delgado nel 2017, con la nascita del gruppo Ahl-e-Sunnat wal Jamaat, movimento che si ispira alla tradizione dell’islam wahabita, fondato sull’interpretazione integrale e conservatrice del Corano. I militanti sono conosciuti a livello locale come Shabaab i giovani – perché sono ragazzi di giovane età radicalizzatisi in un’area depressa e marginalizzata del paese, ma paradossalmente ricchissima di preziose risorse energetiche e minerarie.

Gli attentati hanno destabilizzato la regione, generando un’escalation nella brutalità e nell’intensità degli attacchi. Inizialmente gli insurrezionalisti utilizzavano armi rudimentali come i machete per decapitare le loro vittime, sia cristiane che musulmane. Dal 2020, invece, i terroristi usano anche armi moderne in dotazione all’esercito. Quasi 200 episodi violenti sono stati registrati soltanto da gennaio a giugno del 2020, e questa dimensione parossistica sembra peggiorare sempre di più col passare del tempo: il culmine della brutalità si è raggiunto, appunto, nell’attacco del 16 marzo 2021, in cui sono stati decapitati addirittura dei bambini. 

Tra i vari fattori che possono spiegare questo fenomeno, vi sono la presenza di diverse etnie e componenti religiose, oltre al fattore della povertà e a quello dell’assenza della presenza dell’establishment di Maputo: gli scarsi investimenti del governo centrale nei servizi elementari e nell’istruzione hanno lasciato che la regione rimanesse una delle più povere e analfabetizzate del paese, creando risentimento nelle giovani generazioni. Queste problematiche si innestano su un tessuto sociale particolare: a livello etnico la popolazione dell’area si compone dei Macau e Mwani, ovvero comunità di tradizione musulmana stanziate sulle coste dell’Oceano Indiano; e dei Makonde, cristiani stanziati nell’entroterra. I Makonde sono l’élite minoritaria che comanda a livello politico, diventata gruppo dominante dopo la guerra civile degli anni ‘70. I gruppi musulmani, invece, rappresentano la maggioranza subalterna, destituiti dal loro ruolo di establishment. Il senso di risentimento deriva dal fatto che Cabo Delgado è una regione a maggioranza musulmana in un paese, il Mozambico, a maggioranza cristiana.

Una cartina della provincia settentrionale di Cabo Delgado che si affaccia sull’oceano indiano (credits: Wikimedia)

Le differenze nel tessuto sociale non sono la variabile dipendente più importante per spiegare il terrorismo: un tema molto importante è quello della povertà, che si collega inestricabilmente ad un fenomeno molto comune nei paesi africani, e per il quale anche l’Italia ha delle responsabilità: la presenza di risorse strategiche e lo sfruttamento delle multinazionali. Se il Mozambico è il 10mo paese al mondo per il minore indice di sviluppo umano, a Cabo Delgado il quadro è anche peggiore: il 64% della popolazione è povero, mancano gli investimenti statali su beni e servizi, si vive con un’economia di sussistenza basata su agricoltura e pesca.

Paradossalmente nel 2011 Cabo Delgado è diventato un centro di interesse geopolitico mondiale, quando l’Eni ha rivelato la scoperta di un’enorme riserva di gas naturale al largo delle coste del distretto di Palma. Secondo Il Sole 24 ore la regione farà diventare il Mozambico il secondo esportatore di gas naturale liquido al mondo (!).  Ad oggi vi sono progetti per miliardi di dollari che coinvolgono le maggiori aziende petrolifere del mondo, tra cui le collaborazioni di Exxon Mobil (USA) ed Eni (Italia) per un investimento di 30 miliardi di dollari e Total (Francia) con 20 miliardi di investimenti.

Considerate le ricchezze inaspettate del territorio e la situazione di difficoltà della popolazione, il governo mozambicano si è impegnato a favorire una crescita sostenibile del territorio e a distribuire equamente i proventi per far uscire i cittadini di Cabo Delgado dalla povertà. Sul sito dell’Eni si può leggere di un accordo stipulato dalla multinazionale italiana con Unilurio, l’università locale, per la creazione di un vivaio di coralli al largo delle coste, al fine di proteggere l’ambiente marino. Total si impegna piuttosto a mettere in sicurezza i lavoratori che spesso provengono dalle comunità vicino alla costa.

Basterà indagare un poco per scoprire però che queste promesse vengono sistematicamente disattese, oppure riguardano una cooperazione di facciata. Di fatto, non solo i miliardi di dollari di guadagni che dovevano essere utilizzati per migliorare la vita degli abitanti locali non sono stati redistribuiti, ma le attività offshore di estrazione hanno completamente sconvolto la vita di queste popolazioni, costringendole con la forza a lasciare i propri villaggi lungo la costa. Questo cambiamento è stato naturalmente catastrofico per tutte quelle famiglie che da secoli conducevano attività come la pesca e l’agricoltura, ostacolate ora dall’estrazione del gas, dagli spostamenti obbligati lontani dalla costa e dalla costruzione di raffinerie affianco i villaggi.

La povertà, l’assenza dello stato, la disattesa delle promesse delle aziende occidentali, la migrazione forzata di queste famiglie che hanno perso il loro lavoro: nella nostra coscienza queste vicende potranno farci porre molte domande, ma ci daranno anche una risposta alla domanda iniziale… perché nel 2017 è nato un gruppo terroristico di giovani militanti islamici?

Bambini soldato (credits: NDLA)

QUELLO CHE ANCORA NON CI È CHIARO

Il gruppo esiste ed opera dal 2017, colpendo villaggi e seminando il terrore, ma soltanto dopo due anni di attacchi nell’ombra non rivendicati è uscito allo scoperto dichiarandosi affiliato all’ISIS, in un momento in cui lo Stato Islamico era stato sconfitto in Siria e Iraq, ma virtualmente ancora capace di gestire attentati in tutto il mondo. Eppure, se il gruppo sembra rafforzarsi, conquistando sempre più villaggi, compiendo omicidi e costringendo villaggi alla fuga, emergono anche alcuni dubbi sul reale coinvolgimento dello stato islamico in Mozambico. Secondo molti analisti, la principale rivendicazione del gruppo è quella di sostituirsi a livello politico e militare a uno stato assente, che abbandona i cittadini lasciandoli vivere nella povertà, e che spartisce i proventi delle riserve del gas nel caos della corruzione. La Guerra Santa in nome dell’onore delle proprie comunità dimenticate e rese povere da multinazionali e governi corrotti è qualcosa di molto comune a tutti quei contesti in cui ragazzi giovani, provenienti da famiglie povere, hanno deciso di partire da paesi musulmani per andare a combattere in Medio Oriente al fine di riscattare il proprio credo e per mantenere le loro famiglie attraverso i guadagni della guerra.

Ma in Cabo Delgado non è chiaro per quale motivo i giovani autoctoni si siano radicalizzati al punto da uccidere i propri concittadini, arrivando a decapitare bambini di dodici anni. Questo non è spiegabile neanche sulla base delle differenze etniche, perché l’Islam praticato dalla maggioranza della comunità, è quello della corrente Sufista, da secoli tollerante e ben inserito in un contesto sociale nel quale anche Cristianesimo e Animismo avevano un ruolo preponderante. 

Un’altra domanda è chi finanzi il gruppo. Le nuove armi che vengono utilizzate negli attentati sono state recuperate sconfiggendo le truppe dell’esercito, o ci sono interessi di attori esterni a finanziare i miliziani? È plausibile che il reale obiettivo del gruppo, che è coinvolto anche in attività di criminalità come traffico di esseri umani, sia quello di controllare le ricche riserve di gas per poter trarre dei proventi direttamente, e che per questo obiettivo utilizzi il vessillo della religione e cerchi di fare presa su una popolazione povera ed emarginata colpevolizzando le mancanze dello stato.

A dimostrazione di tale ipotesi, ci sono stati scontri in alcuni siti controllati dalla francese Total che, a differenza di altre imprese che ritarderanno i loro investimenti, ricorrerà ad aziende di protezione privata per procedere con il lavoro. Ma anche in questo caso non avrebbe senso colpire la popolazione locale, lasciando dei villaggi vuoti che potrebbero sembrare quasi un vantaggio per le imprese di estrazione.

In tutto questo, la situazione a Cabo Delgado è peggiorata anche per disastri naturali a causa del ciclone Kenneth nel 2019 e per massicci alluvioni nel 2020. L’esercito regolare da parte sua non riesce a risolvere la situazione e si teme l’estensione della rivolta all’intero paese. Mentre Maputo stringe accordi militari con gli USA e l’Unione Europea, Amnesty International denuncia mercenari assoldati dal governo centrale che hanno «sparato indiscriminatamente sulla folla e attaccato un ospedale».

Probabilmente, nei prossimi tempi alcune di queste domande troveranno una risposta, mentre si pensa persino a un coinvolgimento militare USA in seguito all’insediamento della nuova amministrazione. Nel frattempo, contro ogni estremismo religioso, e contro ogni estremismo capitalistico, concludo con la Sura 5 versetto 32 del Corano, che riprende un concetto presente anche negli altri libri Sacri: “chiunque uccida un uomo che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera. E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l’umanità.”.